CLICK HERE FOR BLOGGER TEMPLATES AND MYSPACE LAYOUTS

martedì 21 aprile 2009

In between tra il sogno e la vita reale.

Riflessioni sullo schermo.

Il venire alla luce è la metafora che meglio connota la nostra nascita. Sarà questa luce il punto ultimo della nostra ricerca? oppure quante volte si può nascere nella propria vita? Quante luci possiamo collegare ai vari momenti della stessa? Nel film “Intervista con il vampiro”, il neo vampirizzato Luis scopre il mondo in una luce nuova, un mondo ricco di altre suggestioni e di altre creature, compie un salto in una realtà altra illuminata da una luce notturna, che vivifica un universo oscuro prima sconosciuto. Una nuova realtà si apre quindi davanti ai suoi occhi, ineffabile per noi umani. Eppure lo stesso vampiro guarderà la sua ultima aurora con sommo struggimento e riscoprirà con una forte emozione la luce del giorno mediata attraverso lo schermo cinematografico. Un nuovo inizio, il ritorno alla luce che via via con il progredire delle macchine da presa restituirà lui l’emozione perduta dei colori e delle cromie degli oggetti alla luce del sole. Questa film ben descrive la nuove nascite che possiamo avere nella nostra vita, la scoperta di nuovi mondi illuminati da luci diverse. Lo schermo/specchio di “Alice nel paese delle meraviglie” si implementa di significati, non è più la porzione di mondo che è riflesso in esso l’orizzonte della scoperta, la proiezione del nostro io. Il cinema per primo ci estende nell’universo, ci trasporta in altre dimensioni. Ma il nostro transito in quel caso è momentaneo, lo schermo si spegne e ripiombiamo nella realtà. La televisione rappresenta un ulteriore transito, la luce del suo schermo ci segue fin dal momento in cui siamo coscienti, è una luce prossima, una presenza costante, una balia/monitor che ci accoglie. La televisione ci fa partecipi di luci artificiali e reali, ci da l’emozione delle luci altrui. Eppure non potrò mai esperire l’essere inondati dalla forte luce dei grandi spazi americani non vivendoli; eppure riconoscerò questa sensazione quando avrò l’occasione di spostarmi e bearmi di essa. La televisione mero strumento di intrattenimento è la misura di quanto il sogno del cinema si sia esteso nelle nostre vite, è il perdurare di alcune emozioni, la possibilità di viverne di nuove differenti per intensità e per capacità di suscitare interesse. Il mondo delle immagini così prossimo a noi è in qualche modo ancora non manipolabile, rimane lontano da noi. Possiamo dialogare con esso solo attraverso pochi strumenti, ma non possiamo certamente stravolgerne il palinsesto. Ecco a questo punto il sorgere di un nuovo monitor, un personal computer dotato di monitor, un monitor che quando si accende è come se fosse un televisore, capace di darci la stessa emozione del colore e della luce, la differenza epocale è che adesso siamo noi in parte a crearne il palinsesto a muoverci in esso e a scriverne tutti i giorni la storia. Il rapporto tra noi e il nostro “televisore confidenziale” apre nuovi mondi e ci proietta in essi in maniera forte. Nella “Rosa purpurea del Cairo” il protagonista fuoriesce dallo schermo, perché nell’interazione che noi immaginiamo statica, tra il monitor e la realtà, si apre una via di comunicazione che gli permette di innamorarsi di una donna in sala e di trasportarla nella sua realtà. E’ questo che tutti i giorni crea l’interazione con il nostro monitor, reifica i nostri pensieri, le nostre interazioni con altre categorie del reale. La realtà non vive più di solo reale, ma si arricchisce sempre più di suggestioni veicolate attraverso strumenti mediati da sistemi informativi. Immaginatevi quale sia la forza di poter trasportare moltissimi brani musicali con se, di quanto sia cinematografico/televisivo questo piccolo gesto quotidiano.
La colonna sonora che narra e dispiega le immagini dei film e gli stati d’animo diventa una componente forte della nostra vita. Possiamo noi stessi creare una fitta mappa di memorie sonore, collegarle ai luoghi simbolo della nostra vita, muovendoci in essi con lo stupore, la rabbia, l’incanto con cui i protagonisti dei film si muovono nella loro realtà. Possiamo noi stessi definire con una playlist il nostro fattore umorale o farci semplicemente cullare da essa mentre guardiamo assorti le rovine dei fori sull’autobus che ci porta a casa. E se l’interazione tra reale e virtuale fosse patologica giungendo a derive tragiche? Il film Funny Games in due momenti topici: la scena del rewind ed in quella finale affronta la perdita del rapporto con la realtà. Nella scena finale, forse la più significativa, i protagonisti stessi si interrogano coscientemente tra le interazioni tra loro stessi e il mondo dell’immaginazione; la distinzione tra reale e virtuale, svuotata della responsabilità e dell’etica, sarà sicuramente una questione sulla quale il futuro dovrà interrogarsi.




0 commenti: